Violenza?!

08.02.2025

Ieri tra amici parlavamo di violenza, non so di preciso come siamo arrivati fin lì col discorso, è nostro solito partire e perderci. Se non ricordo male si parlava di un episodio del giorno precedente: mentre mangiavamo tranquilli al tavolo un nostro amico è incappato in un discorso spinoso con un ragazzo del tavolo a fianco che è poi inaspettatamente sfociato in una rissa, per un nonnulla… nemmeno ricordo. Qualcuno aveva detto qualcosa tipo: sì, però questo è un atteggiamento violento. Probabilmente io, è il tipo di cosa che direi io. E da lì, in un qualche ingarbugliato modo, sono riuscito, dopo due piacevoli ore, a tornare a casa portando con me un dubbio che tuttora mi assilla: che cos'è la violenza? Ma poi, siamo sicuri che si dica così? Com'è che si scrive? Violenza oppure Violenzia? Le parole che finiscono con zio/zia/zione non ammettono la doppia z quindi escludiamo a priori violenzzia. Ma siamo sicuri che esista questa parola? Non mi sembra corretta, c'è qualcosa di strano nel modo in cui la si pronuncia che infondo, non so come, suona familiare. Non capisco… La violenzia? Non saprei… Magari chiedo al signore: <<Scusi, sa per caso come si scrive violenza?>> mi risponde che "non vuole nulla" con tono secco e seccato mentre si allontana frettolosamente. Non nascondo il dispiacere ma infondo ci sono abituato, e in più non ho tempo per divagare.

Parlavamo di cosa? Fiorenzo o Firenze? Ora che ci penso ho un amico che abita a Firenze di nome Fiorenzo, strano che non mi sia venuto in mente prima. Fiorenzo lavora nel fiorente mercato delle infiorescenze, altrimenti dette "Marijuana"; un settore che raccoglie forti affluenze, soprattutto la sera quando cala il sole e i vecchi vanno a dormire. Ma non essendo Fiorenzo in regola con il contratto, il datore di lavoro e anche la sua coscienza gli impediscono di indossare la giubba fosforescente, che gli sarebbe invece molto utile, almeno per farsi riconoscere quando cala il buio ed evitare così che i clienti si perdano o peggio si spaventino quando si trovano di fronte ad un uomo di circa due metri per centocinquanta chili, con quel terrificante sorriso che tradisce le sue buone intenzioni. Io l'ho conosciuto così, avevo delle carenze affettive e cercavo sicurezze e certezze tra le cartine, mentre sognavo le carezze e le ragazzine. Ero ancora piccolo, non ricordo bene come andò ma mi sembra che un amico mi avesse mandato da lui per fare acquisti e nel buio della sera, in un vicolo, mentre lo cercavo, quattro ombre mi assalirono. Ne sono uscito senza soldi e con una crepa sul viso. Che fallito pensai. Perché lo pensai? Mi sono sentito minuscolo.

Buffo, nello scrivere di quel lontano incedente ho, come magicamente, ricordato che da piccolo mamma, quando mi offendevo e scoppiavo in lacrime (cosa che succedeva forse anche troppo spesso), mi rimproverava dicendomi che solo i bambini piangono; e ricordo bene quando un compagno di classe, in seconda media, mentre un giorno mi disperavo per aver preso una lunga nota, mi disse ridendo che solo i "froci" piangono; e come se non bastasse, qualche mese fa, manco a farlo apposta, la mia ex, mentre mi lasciava a suon di graffi ed urla feroci, mi ha detto che <<solo i deboli piangono>>. Conclusione del sillogismo? Sono un bambino debole ed omosessuale! Non fa una piega.

Alla luce di quest'ultimo enunciato forse posso provare a rispondere alla domanda postami prima: che cos'è la coscienza? La coscienza è un'istanza psichica! Tutto ciò che viene percepito dai sensi diviene immediatamente cosciente (viene alla coscienza), ma purtroppo subito dopo si perde. Nel 

giro di poco scade nell'inconscio o meglio nel preconscio, per cui quell'informazione non è più subito disponibile anche se può tornare ad esserlo con il giusto input.

Per quale motivo la coscienza non ha memoria? Perché non possiamo sapere tutto? Ricordarci tutto? A scuola mi hanno sempre detto che dovevo studiare tutti i giorni tre o quattro ore al giorno e che solo così avrei preso Dieci. Si merita il massimo solo chi dà il massimo, solo chi riesce a ricordarsi tutto: lo trovo assurdo! Io volevo tanto prendere Dieci, non per il voto ma per vedere negli occhi della professoressa, e poi dei miei genitori, quello sguardo che significa: "sono fiero di te". Ma la mia testa non può ricordare tutto, ed esigere che lo faccia mi sembra una forma di violenza. Violenza! Ecco di cosa parlavamo.

Ho un amico di nome Fiorenzo che vive a Firenze, è un medico forense e volente o nolente il suo lavoro è quello di ficcare le mani dentro ai morti. Il bello dei morti, dice lui, è che non parlano, non si lamentano e non sentono il bisogno di dire la loro opinione su tutto (ogni tanto sì, si intende). E così, quando alle otto del mattino si presenta sul posto di lavoro ancora stanco e quindi nervoso, in nessun caso qualcuno di loro arriverà a turbare il suo lento risveglio.
Parlare la mattina è una forma di violenza. Disturbare è una forma di violenza. Come si suol dire: "la mia libertà finisce dove lede quella altrui", ma questo l'uomo non lo capirà mai perché, da che esiste, è portato a mettere in mostra la sua forza, la sua potenza, per una questione di ormoni e di archetipi credo, e ad esso si oppone la donna, costruita sull'eleganza e la bellezza. Ma cosa succede quando questi due massimi sistemi si incontrano, si incrociano e si fondono? Ne derivano degli ibridi, degli incroci, e già definirli come tali è una forma di violenza, ma ancor più violento è il bisogno oppressivo, insito in alcuni, di scindere gli ibridi in forme pure. Non potendo dividere a metà una persona senza pagarne le conseguenze, hanno inventato nuovi sistemi, nella speranza di ricatalogare l'essere umano e dividere ognuno nella propria forma pura. Ma l'essere umano a me sembra molto più complesso e sfaccettato di quanto vogliano farci credere. Purtroppo ci siamo fatti stupidamente ingannare e così, in un battito di ciglia, otto miliardi di individualità, bellissime perché originali, sono state coercitivamente circoscritte entro questi nuovi sistemi: un po' per fare ordine e un po' perché almeno chi è centopercentouomo non deve trovarsi nello stesso sistema di chi non lo è, cosa che gli procurerebbe un immenso turbamento.

Sì, sono un bambino debole ed omosessuale, con un piccolo difetto: ho quasi trent'anni, lotto da sempre contro tutti e contro me stesso più di tutti, e mi piacciono le donne… Un paradosso vivente! E inizio a credere che in qualunque sistema mi pongano, i miei compagni piano piano intuiscano che quello non è il mio gruppo: alcuni non vogliono avere nulla a che fare con me, altri sono troppo educati per dirmelo, e quindi ogni volta tocca a me prendere ed allontanarmi. E così sono finito qui, in un gruppo i cui membri non formano un gruppo: gli Asociali, che in fondo non è neanche così male, è un gruppo bello e confortevole; peccato però che io ami parlare, ridere, chiacchierare. Socializzare credo si dica. E quindi ancora una volta questo non è il mio gruppo, ma essendo un non-gruppo ed essendo i miei compagni dei non-compagni non corro il rischio che si accorgano che non sono come loro.

Il lato positivo di tutta questa triste vicenda è che qua sotto ho il tempo di pensare, anche se pensare troppo non è di certo salutare. E col passare del tempo ecco, mi sono accorto di una cosa che forse già sapevo da tempo ma che non avevo mai detto ad alta voce: sono stato confinato in una zona dalla quale non si esce, non sono triste per questo, solo un po' incazzato. E temo, più che per me, per tutti quelli che come me non hanno ancora un gruppo, e che si sentiranno esclusi, incompresi, rifiutati; e poi, inadatti, inadeguati, sbagliati; e che verranno rimbalzati di gruppo in gruppo finché non si ritroveranno qui, tra i dannati. Forse è su questo che dovrei contare, aspettare che il tempo porti qui un numero considerevole di asociali-sociali e formare un nuovo gruppo tutto nostro. Ma non sarebbe anche quella una forma di violenza?

Mi arrendo, non ho più forze per lottare. Mi arrendo al volere degli altri, alle loro decisioni. Mi arrendo al soffio del vento, al flusso dell'acqua, all'orbita dei pianeti e alla violenza della gravità che mi inchioda in un mondo che non è il mio. Sono fuggito nei pensieri, nei sogni. A cavallo tra la fantasia e l'immaginazione. In bilico tra la pazzia e l'incomprensione. Ho una nuova domanda: qual'è il mio gruppo? Forse in fondo siamo tutti dello stesso gruppo, tutti catapultati qui, in un mondo ostile, violento, dove se non sei violento, non sei. Sputati fuori dall'acqua verso la luce e resi perciò immagini: furiose, violente, che si impongono e si imprimono nella forma del mondo. Quanto violento è l'atto della nascita? Molto più della morte questo è certo. Ma sono più violenti e angosciosi quei dolorosi minuti di travaglio oppure quegli anni che intercorrono tra il venire alla luce e il tanto temuto o aspirato ricongiungimento col buio? Bella domanda… Ora però so rispondere a quella che mi ero posto in partenza: che cos'è la violenza? La violenza è una parola, e come tutte le parole è un mondo, pieno di vita, di ricordi. La violenza è un archetipo, che nasce prima di noi e vive in noi. La violenza è, e non ci sono parole per spiegarla, solo immagini per disegnarla: perché ognuno di noi l'ha vista, provata, sentita ed esercitata, ma nessuno l'ha mai pronunciata: VIOLENZA, sillabando: VIO-LEN-ZA, o forse, VIO-LEN-ZI-A. Non so come si scrive, non importa come si scrive, perché in ogni caso è e nella sua essenza è incomprensibile, si può cogliere solo dove appare, quando appare, quindi ovunque.