Tempo una sigaretta

14.01.2025

Ricordo che quella sigaretta sembrava non finire mai. Fumava lenta in quel cupo bar che vuoto pareva ancora più triste e tetro. I tre soliti anziani del paese con gli ultimi bianchini discutevano sul senso della vita e sul risultato della partita, mischiando tecnica e filosofia in un discorso scialbo e talmente noioso e scontato da avermi completamente assopito. Mi risvegliai al tuonante rumore di un vetro che si frange, qualcosa era caduto, probabilmente un bicchiere, forse nel sogno o forse nel mondo reale, non me lo chiesi. Ora ero sveglio, e la sigaretta ancora fumava dalla pila di cenere intatta e poggiata delicatamente sul filtro. La mia mano ferma, impassibile. Io che ho sempre tic e tremolii di ogni genere, ero fermo immobile, pietrificato. Con lo sguardo fisso nel vuoto lo indagavo, cercando qualcosa senza sapere cosa. Il mio riflesso, lontano, nelle grosse finestre del bar, mi fissava inquietante cercando di decifrarmi, i vecchi probabilmente si erano dimenticati ch'io fossi lì, a respirare la loro stessa aria. Vacillavo in un limbo di malinconia e disperazione, una porta si era aperta e dai miei occhi avevo trovato un passaggio, un corridoio stretto che portava ad un buio antro in cui una strana musica suonava flebile. Mi avvicinai per udirla più chiaramente ma ad ogni passo l'angoscia aumentava. Le ombre erano più cupe e coprivano tutto. La musica si faceva passo passo più netta finché fui abbastanza vicino per udirla: <<scusa>>. La dolce voce della barista mi riportò in vita, aggiustai la postura, mi schiarii gli occhi e la cercai con lo sguardo. <<Come dici scusa?>> fu la prima frase che mi venne in mente e la intonai stranamente senza balbettare. Rispose sorridendo: <<posso prendere il bicchiere?>> ed io, tenendo stretto il bicchiere nella mano, replicai <<ne prendo volentieri un altro, se non ti dispiace>>, <<mi dispiace!>> rispose seccamente. Un silenzio di tomba si levò. <<Scherzo dai, rilassati. A cosa pensavi prima?>> domandò accennando un sorriso dolce. Tagliai il discorso con un assertivo: <<A nulla>>. <<Come ti pare, tieniti i tuoi segreti>> fu la sua risposta. Non so come mai ma mi sentii un po' stizzito: forse volevo che lei insistesse, che mostrasse interesse nei miei confronti, che desiderasse sapere quello che così gelosamente nascondevo. Si allontanò per prendere la bottiglia e tornò con in volto una domanda: <<come mai sei triste?>>, <<non lo sono>> le risposi, questa volta con tono calmo e sicuro. <<Allora perché bevi da solo di martedì?>>. La domanda in effetti era acuta e assolutamente sensata. <<Per trovare un po' di silenzio>> le dissi, senza pesare le parole e senza regolare il tono, dopotutto ero anche abbastanza ubriaco. <<Oh, scusami! Non volevo disturbare…>> disse allontanandosi visibilmente dispiaciuta. <<Nono, ti prego siediti>> e le indicai la sedia di fronte alla mia. Lei tentennò un poco sbigottita come se non capisse quale fosse il mio gioco, come se non si sentisse molto al sicuro. Dopo un attimo di indecisione si accomodò un po' imbarazzata. Le dissi che: <<non volevo essere scortese: vedi, il silenzio che cerco non è attorno a me, ma dentro di me. Nella mia testa vive qualcosa di spaventoso e pericoloso>> ed era chiaramente l'alcol a parlare. <<Un'idea?>> chiese incuriosita. <<Esatto! Un idea… Come hai detto che ti chiami scusa?>> <<Sara>> <<Piacere, Matteo>>. Spensi la sigaretta con forza e ci stringemmo la mano, la sua era soffice e liscia, quasi fosse nuova di zecca, la mia era vecchia e ingiallita e nel momento in cui ci toccammo mi sentii un pochino imbarazzato per ciò che ero, per ciò che potevo sembrarle. Ma scossi leggermente la testa come per scacciare via quel brutto pensiero e dissi: <<questa idea che ho nella testa mi tormenta, giorno e notte, e non ne posso più! A volte, quando chiudo gli occhi, mi sembra di poterla veder prendere forma>>. <<Forse dovresti smettere di bere>> disse in battuta, ridendo tra sé e sé mentre io la fissavo un po' amareggiato. <<Probabilmente è così>>, lo pensai ad alta voce assentendo per sbaglio a quel commento che mi aveva ferito. A quel punto anch'io ridevo, anche se per la mia sbadataggine, e la guardavo fissa negli occhi. Le offrii una sigaretta, gentilmente rifiutata, e mentre un po' distratto cercavo di portare avanti la conversazione, mi perdevo lentamente nei suoi occhi marroncini, color nocciola direi, con una sfumatura di verde e di giallo verso il centro. La fissavo talmente intensamente che smisi persino di udire le sue parole, i tre vecchi all'altro tavolo non li sentivo da tempo. Ero incantato dal movimento delle sue labbra, mentre studiavo per filo e per segno la forma del taglietto che continuava inconsciamente a stuzzicare con gli incisivi.
D'un tratto, e questo sì mi colse alla sprovvista, spalancò la bocca ed io di riflesso guardai altrove per non essere sconveniente. Attesi un attimo e poi buttai un occhio, lei rimaneva così, con il volto aperto a metà come quei burattini che rimangono appesi nello sgabuzzino dopo lo spettacolo. Volevo controllare che stesse bene ma un dettaglio catturò il mio sguardo: una porticina, piccola ma solida, di legno massello con pomello in ottone tirato a lucido, stava incastonata tra la lingua ed il palato. Allungai la mano per aprirla ma era chiusa a chiave, serratura antiscasso: provai a forzarla ma, nulla da fare. Mi tastai i pantaloni per vedere se avevo lasciato la chiave lì, ma non c'era, anche se valeva la pena tentare. Disperato mi sforzai di ricordare dove potevo aver lasciato quella maledetta chiave, ma più mi sforzavo meno ricordavo e meno ricordavo più mi sforzavo, e un sacco di bolle colorate mi uscivano dalle orecchie e volavano sù, verso l'alto, scoppiettando a sorpresa quando giungeva il loro momento. Potrei giurare di aver seguito con lo sguardo una piccola bolla verde che sembrava non voler scoppiare mai anche se alla fine scoppiò e lì ebbi un'idea: "ma non è che la chiave è nei suoi pantaloni?" La tastai per cercare la piccola e tanto preziosa chiave: trovai tante belle cose, ma la chiave no. Mi guardai attorno in preda al delirio, sudavo e il cuore correva al galoppo finché d'un tratto: "idea! La chiave potrebbe essere…" ma il rumore della porta mi riportò in vita: un signore sulla quarantina era entrato nel bar richiudendo con forza il portone un po' antipatico che d'inverno diventava un serio problema tanto da scatenare l'ira della gente che stava almeno alla terza birra. E in un attimo la mia dolce cameriera era schizzata dietro al bancone. <<Un rum, doppio. Grazie>> <<subito>> rispose lei, in modo così dolce che mi sentii tradito. Perché se n'era andata da lui? Avevo sbagliato qualcosa? Si era accorta di quanto fossi patetico: così ubriaco ed in modalità vittimismo? In quel millisecondo in cui mi trovai nuovamente solo al tavolo mi sentii infinitamente vulnerabile. L'attimo era fuggito, mi alzai e in un <<arrivederci>> ero fuori dalla porta. Non mi voltai nemmeno per guardarla… Che stupido.

Camminavo, camminavo, lento come la melassa sperando che il dolore passasse -ma non passa, è un classico. E allora vagavo, passo dopo passo verso il nulla. Nessuna meta, nessun obiettivo, solo i passi sgraziati e pesantemente seguiti dal corpo cadente di un uomo ubriaco e privo di vergogna. Il caos, il caos guidava la mia via. Non seguivo una strada, la strada la creavo, la strada ero io. Lei l'avevo già dimenticata, ma quel dolore no. Quel dolore no. Aprii gli occhi e mi alzai a forza dal marciapiede che era così caldo da ricordarmi il letto di casa, riorganizzai le idee e mi diressi verso il bar.