Lady Bird

10.03.2025

L'esordio alla regia dell'ormai famosa Greta Gerwig è una lettera d'amore alla sua terra natale, un lungo abbraccio rimasto in sospeso per anni, interpretato e trainato da una giovane Saoirse Ronan in cerca del suo posto e della sua strada. 

Sacramento è il posto, la relazione madre-figlia l'ostacolo, essere qualcuno il sogno.

La nostra protagonista, Christine McPhearson, si sente bloccata, bloccata in una città che le sta stretta, così vicina e al contempo così distante dalla Los Angeles dove tutti i tuoi sogni diventano realtà, bloccata in una famiglia che non sembra vederla e bloccata in un'identità che non sembra più appartenerle. Vuole fuggire, lasciarsi indietro tutto quel passato che non la soddisfa e trasformarsi, trasformarsi in Lady Bird, rinnegando il suo nome e la sua storia, ma se fuori con gli amici e i ragazzi può essere Lady Bird, sotto il tetto di sua madre, tetto pagato con i soldi e il sudore di Marion, tetto per cui Lady Bird non ha contribuito di un centesimo, lei è solo Christine.

Il grande nemico di Lady Bird è infatti la madre, una madre fredda e compatta, che fatica a lasciarsi andare a gesti d'affetto verso la figlia che, come ci ricordano i piccoli commenti pungenti che Marion lancia durante il corso del film, risiede sempre al di sotto delle sue aspettative. Una madre insoddisfacibile, lontana, figlia di un tempo di stenti dove i sogni non erano permessi, alle prese con un rapporto pieno di ostacoli con un'adolescente fatta interamente di sogni.

Per tutto il film Christine è in cerca di segni, piccole conferme o prove che sua madre la ami davvero nonostante tutto, conferme che sembrano costantemente mancare, la verità è che a Marion Christine sembra non piacere proprio, una convivenza forzata tra due anime completamente diverse, ma è davvero così?

La crescita di Christine è segnata da una costante delusione, delusione verso le aspettative di sua madre, ma anche delusione verso se stessa e verso le nuove esperienze che fa, niente è come se lo immaginava, d'altra parte, come ogni adolescente, Christine è iper-critica e sognatrice, una combinazione poco fruttuosa, ma questo non le impedisce di andare alla scoperta del mondo e della vita con entusiasmo, entusiasmo spezzato nel momento in cui mette piede in casa.

A fungere da linea di metà campo c'è il papà Larry, collante della famiglia e colonna portante dell'emotività latente delle sue due donne, Larry cerca in modo molto intimo di ricondurle l'una all'altra, di avvicinarle senza però forzarle, Larry è l'unico che vede la verità in entrambe le parti, e il lato umano di Marion, chiuso agli occhi di Christine, si rivela in tutta la sua potenza nella scena dell'addio in aeroporto, dove tutto viene fuori, e nel momento della separazione finale Marion non è più madre, ma mamma, mamma di una bambina che adesso non c'è più, ma anche mamma di una donna che forse un giorno tornerà a casa, nella vecchia Sacramento che ha tanto odiato e che le ha tanto dato, con un sorriso sul volto. 

La lettera nostalgica di Greta Gerwig si chiude con un finale dolceamaro che riassume tutti i suoi sentimenti e i sentimenti di Christine, un addio che si vuole rimandare il più a lungo possibile, ma che è necessario compiere per poter tornare indietro un giorno, in un futuro forse non così lontano.


di Rebecca Carminati