Elephant Man

03.02.2025

Il dottor Frederick Treves si imbatte per caso nel tanto temuto e schifato Elephat man, un uomo deforme venduto come fenomeno da baraccone, e cercherà in tutti i modi di conoscerlo e curarlo.

John Merrick appena ventunenne, completamente ricoperto di tumori e deformazioni, convive con la paura di se stesso e degli altri, ma forse il dottor Treves può dargli una mano.


Unheimlich

Se vogliamo parlare di perturbante di certo questo film va dritto al punto. John è l'impersonificazione dell'unheimlich, con quel suo corpo alla vista ripugnante che per la prima parte del film ci viene celato. Non riusciamo a vederlo chiaramente fino alla scena in ospedale, prima lo possiamo solo immaginare, alle volte intravedere e per un attimo osservare incuriositi. Ancor più perturbante di John è certamente la regia di Lynch che maschera il film dietro un velo di unknowness che spinge l'occhio a cercare questo terrificante uomo che desideriamo vedere ma che inizialmente non possiamo e che una volta visto vorremmo non vedere più, ma che ora siamo costretti a vedere per due intere ore facendo pian piano abitudine alle sue forme, al suo modo di parlare, alle sue paure e in fine alla sua sensibilità.

L'intero film è di matrice surrealista e cela quello che è il tema loro preferito: il sonno. John non riesce a dormire da sdraiato come le persone normali anzi questo lo porterebbe alla morte, perciò dorme da seduto, coricato per quanto gli è possibile, e la notte non è di certo clemente con lui, come sottolinea personalmente in una sequenza: <<the nightime!>> (con tono spaventato). Non solo la notte è il momento in cui l'insensibile guardiano gli va a fare visita ricordandogli la dura vita di quando era parte del circo, la notte significa dormire e dormire significa sognare, e diciamo che la formuletta "sogni d'oro" per lui non è adeguata. Le sequenze oniriche, che non si distinguono chiaramente come tali, sempre per quella patina di stranezza che avvolge l'intero film, esaltata dalla fattura in bianco e nero, sono profondamente disturbanti, disorientanti: la paura prende forma e tormenta la mente gigantesca di questo piccolo ragazzo spaventato.
La foto della madre lo accompagna ovunque, e anche se tante persone sembrano essere così gentili con lui, l'unica che cerca non la riesce a trovare. Il povero John vuole solo coricarsi e finalmente riposare come fanno "le persone normali", vuole solo che gli incubi se ne vadano e questo è al quanto toccante.


Il mostro

Il centro del film è certamente John, che spaventa i personaggi e provoca simpatia ed empatia allo spettatore un po' disgustato. John è il mostro del film e stranamente ne è anche il protagonista.
Siamo sempre stati portati a concepire il brutto come il nemico: il mostro, fin dalla nostra infanzia, guidata dalla Disney, era il cattivo, colui di cui avere paura e di cui non fidarci. E questo ci ha improntati, inutile negarlo, in un culto per la bellezza: ciò che non è bello, lo si evita, perciò non lo si conosce e ciò che non si conosce lo si teme. Lo dice lo stesso John nell'iconica frase: <<la gente ha paura di ciò che non capisce>> e io risponderei a tono con una barra di Nitro: <<Non odiare le cose che non capisci>> perché la bellezza è solo questione di abitudine, lo dicevamo più sopra "facendo pian piano abitudine alle sue forme, al suo modo di parlare, alle sue paure e in fine alla sua sensibilità". Lo spettatore dopo un'ora di film si è completamente abituato alla sua "bruttezza" ed è quasi completamente a suo agio con l'immagine dell' "Elephant Man". Per citare Mecna: <<Ma ho imparato da chi mi ha lasciato, che dell'aspetto con il tempo non ci fai più caso>>.
Ora, è naturale essere improntati verso il bello e temere il brutto, sempre per quel paradigma culturale che ci è stato inculcato tramite la televisione negli anni, ma la potenza dell'arte è proprio quella di trovare il bello al di là della forma, dell'estetica. Guillermo del Toro basa tutta la sua opera su questo riscatto da parte dei cosiddetti "Freaks", che sono bellissimi dentro e devono solo essere compresi. David Cronenberg è un altro genio che gioca con il corpo deformandolo, rompendolo e ricomponendolo mostrandone la bellezza oltre la perfezione, anzi proprio nell'imperfezione e nella bruttura.
Il mostro è essenzialmente la nostra più grande paura: essere brutti, e se lo fossimo? Tutto d'un tratto dovremmo preoccuparci di avere qualche qualità, di essere belli dentro oppure simpatici o intelligenti; invece, nati belli, chi più chi meno, possiamo evitare di migliorare, di impegnarci e di sviluppare una sensibilità e una spiritualità. Siamo nati per Instagram, per le copertine delle riviste, per morire mille volte in mille foto diverse e prendere polvere nelle gallerie fotografiche di chissà chi… che banalità. Se una persona appare bella è già a metà strada verso il successo, se una persona appare brutta ha mille motivi in più per essere se stessa e vivere libera da questi opprimenti limiti estetici che un'obiettivo fotografico ci impone.

John si nasconde, veste una lunga tunica nera ed un cappuccio che lo coprono completamente lasciando libero solo un piccolo trapezio per l'occhio sinistro: questa è la paura! Temere di essere visto, l'opposto di quello che proviamo noi che ci accalchiamo per essere in prima fila, in copertina, per essere visti ed acclamati. Questa è la paura! Ecco perché John è perturbante, perché non lo comprendiamo: è estraneo al nostro modo di pensare, di percepire e concepire il mondo. Questo non è un film horror ma ne abbiamo comunque paura.

Uno dei punti nodali del film è il momento di realizzazione del dottor Treves in cui si chiede: <<Sono una brava persona?>>, si tormenta su un quesito interessante: quale è la differenza tra Bayes e lui? Entrambi alla fine hanno preso un mostro e l'hanno offerto al grande pubblico come un opera d'arte (degenerata?) e ne hanno goduto i benefici. Certo tra il signor Bayes e il dottor Treves c'è una differenza abissale ma la domanda non è sbagliata anzi, va dritta al punto. Che cos'è John: un'opera d'arte o un fenomeno da baraccone? Un mostro o un anomalia? In ogni caso un attrazione! Qualcosa che non vuole essere visto costretto ad essere guardato dagli sguardi disgustati, affascinati, inorriditi e spaventati della gente. Che sia gente di strada o gente a modo della buona società cambia poco, a prescindere dalla classe sociale ed economica tutti vogliono vederlo, giudicarlo, ridere o gridare spaventati: nessuno ha un briciolo di tatto, tutti siamo uguali, mostri. Ed il mostro del film ha paura di noi.

Si nasconde dietro questo velo di incertezza che aleggia nelle sequenze una forte critica alla mostruosa società umana che pur di vedere il "mostro" farebbe qualunque cosa. E' importante ricordare e non dimenticare che la nostra società si fonda sul colonialismo, l'Inghilterra per prima, ma non solo, ha colonizzato il mondo rubando, razziando, uccidendo, stuprando e distruggendo ciò che incontrava: dall'arte alle persone ai luoghi ai culti e alle lingue. L'Elephant Man non è altro che la punta di un iceberg che ci vogliamo nascondere, ma è giusto ribadire che all'epoca in società le stranezze degli "indigeni" erano il feticcio della gente altolocata, nei musei sfilavano corpi imbalsamati di "indigeni" o "aborigeni" ritenuti diversi, strani, interessanti, oggetti di studio. L'America è stata fondata sulla distruzione dei nativi e sulla schiavitù degli africani.

E' ora di decolonizzare il mondo che abbiamo invaso e distrutto, per cercare un poco di pace per la nostra anima tormentata.